lunedì 28 agosto 2017









sabato 15 luglio 2017







domenica 23 aprile 2017

#1002


























lunedì 2 gennaio 2017



[Bourdieu]

In Jünger i fantasmi e gli slogan del nichilismo politico affiorano sotto il linguaggio nietzscheano; con Heidegger, il nichilismo politico e la stessa tradizione nietzscheana, per tacere della vulgata «rivoluzionarioconservatrice» degli Jünger o Spengler, debbono piegarsi alle esigenze della meditazione ontologica del lettore dei presocratici, di Aristotele e dei teologi cristiani, di modo che la solitaria ricerca del pensatore autentico sembra non aver alcunché in comune con l’avventurismo teorico del guerriero disilluso. La frontiera è quella che separa il profano ed il professionista che sa che cosa significa parlare, poiché conosce, quanto meno nella modalità pratica, lo spazio nel quale il suo discorso si troverà gettato, vale a dire il campo delle prese di posizione compossibili rispetto alle quali la propria posizione si troverà definita negativamente, differenzialmente. E' la conoscenza di questo spazio dei possibili che permette di «prevedere le obiezioni», ovvero di anticipare il significato ed il valore che, sulla base delle tassonomie vigenti, saranno attribuiti ad una presa di posizione determinata, e di smentire in anticipo le letture rifiutate: il «senso filosofico» si identifica col controllo pratico o cosciente dei segni convenzionali che costellano lo spazio filosofico, permettendo al professionista di dissociarsi rispetto alle posizioni già definite, di difendersi da tutto ciò che verosimilmente gli sarà imputato («Heidegger si difende da ogni pessimismo»), in definitiva di affermare la propria differenza attraverso e all’interno di una forma che presenta tutti quei segni atti a farla riconoscere. Un pensiero socialmente riconosciuto come filosofico è un pensiero che implica il riferimento al campo delle prese di posizione filosofiche e il controllo, più o meno cosciente, della verità delle posizioni che esso occupa all’interno di un tale campo. In ciò, il filosofo di professione si oppone al «filosofo naif» che, come il pittore naif nel suo universo, non sa letteralmente né ciò che dice, né ciò che fa. Ignorando la storia specifica della quale il campo filosofico è il compimento e che si trova inscritta nelle posizioni socialmente istituite e nella problematica specifica, come spazio delle prese di posizione possibili per gli occupanti delle differenti posizioni, il dilettante esprime un pensiero grezzo, destinato a servire da materia grezza, come Der Arbeiter per Heidegger, alle meditazioni coscienti di sé del vero professionista, capace di costituire come tale il problema al quale il profano risponde senza saperlo; accade anche che quest’ultimo ignori a tal punto la regola fondamentale del gioco da diventare esso stesso l’oggetto o lo zimbello del pensiero dei professionisti. Così quando G.E. Moore si rende colpevole di quella sorta di anacronismo consistente nel prendere sul serio lo scetticismo e nel trattare questo problema come se Kant (e la distinzione fra il trascendentale e l’empirico) non fosse esistito, e dunque nel sospendere quella sorta di sospensione della credenza ordinaria che definisce la credenza propriamente filosofica, si espone a uno dei verdetti più terribili che possano enunciare filosofi pur inclini a celebrare la sapiente ingenuità dei ritorni all’originario: «Moore è naif, laddove Sesto Empirico era semplicemente innocente». (Si tratta — sia detto per inciso — della strategia che i filosofi utilizzeranno spontaneamente contro ogni messa in discussione proveniente dal «senso comune» o contro l’oggettivazione scientifica dei presupposti inerenti all’appartenenza al campo filosofico, all'illusio propriamente filosofica come posizione e spazio mentale conformi a questo spazio sociale).
Si può supporre che un filosofo che padroneggi il proprio mestiere, come Heidegger, sappia ciò che fa quando sceglie Jünger come oggetto di riflessione (soprattutto collettiva e pubblica): Jünger pone le sole questioni (politiche) alle quali Heidegger abbia accettato di rispondere, le sole questioni (politiche) che abbia fatto proprie, a prezzo di un lavoro di ritraduzione che permette di vedere all’opera il modo di pensiero filosofico. Il passaggio che Heidegger opera da uno spazio mentale (e sociale) ad un altro presuppone una cesura radicale, paragonabile a ciò che, in un altro campo, è stato chiamato «cesura» o «rottura epistemologica». La frontiera tra la politica e la filosofia è un’autentica soglia ontologica: le nozioni che si riferiscono all’esperienza pratica e quotidiana, e le parole, sovente le stesse, che le designano subiscono una trasformazione radicale che le rende irriconoscibili agli occhi di quelli che hanno accettato di fare il balzo magico in un altro universo. Così, Jean-Michel Palmier esprime senza dubbio l’opinione comune dei commentatori quando scrive: «è difficile non restare sorpresi dall’ importanza che Heidegger ha accordato a questo libro (Der Arbeiter)». L’alchimia filosofica (come l’alchimia matematica quando trasforma una velocità in derivata o un’area in integrale, o l’alchimia giuridica quando trasmuta una questione o un conflitto in processo) è una metabasis eis allo genos, un passaggio a un altro ordine, nell’accezione di Pascal, ed è inseparabile da una metanoia, un mutamento di spazio sociale che presuppone un mutamento di spazio mentale.
Si spiega così il fatto che il filosofo, che per professione pone questioni, e segnatamente quelle questioni che l’esperienza dossastica del mondo quotidiano esclude per definizione, non risponde mai direttamente alle questioni «ingenue», vale a dire per lui non pertinenti, o impertinenti, come ad esempio quelle che il senso comune si pone in merito alle sue questioni (sull’esistenza del mondo esterno, sull’esistenza degli altri, ecc.), e soprattutto quelle questioni che il sociologo desidererebbe porgli a partire dal proprio spazio, sociale e mentale, come le questioni cosiddette «politiche», e cioè apertamente, dunque «ingenuamente», politiche. Può rispondere solo a questioni filosofiche, vale a dire alle questioni che gli vengono poste o che si pone nel solo linguaggio pertinente, il linguaggio filosofico, ed alle quali non può (di fatto e di diritto) rispondere, se non dopo averle riformulate nel suo idioletto filosofico. Sarebbe sbagliato leggere queste notazioni come aforismi di un moralista animato da stizza critica: questa posizione di distanza si impone in modo molto generale come la sola possibile a chiunque intenda essere accettato in un universo dotto, ovvero intenda esservi riconosciuto quale legittimo partecipante e, a maggior ragione, voglia avervi successo; è una posizione scontata per chiunque sia dotato di habitus conforme, ossia già in partenza adeguato alla necessità strutturale del campo e pronto ad accettare, spesso senza conoscerli, i presupposti oggettivamente implicati nella legge fondamentale del campo.
In conclusione, non ci si attenda dal filosofo che egli parli crudamente il crudo linguaggio della politica; bisogna leggere fra le righe il commento al testo di Jünger: «L’operaio appartiene alla fase del “nichilismo attivo” (Nietzsche). L’azione di quest’opera consisteva — e consiste ancora, in una funzione mutata — nel mostrare “il carattere totale del lavoro” di tutta la realtà, a partire dalla figura dell’operaio».